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Mag

2009

San Martino Vescovo di Tours PDF Stampa E-mail

 

Nato da genitori pagani a Sabaria in Pannonia (l’odierna Ungheria) nel 316 – 317, venne istruito sulla dottrina cristiana pur non essendo battezzato. Figlio di un ufficiale dell'esercito romano, si arruolò a sua volta, giovanissimo, nella cavalleria imperiale, prestando poi servizio in Gallia. Quando era ancora catecumeno coprì con il suo mantello Cristo stesso celato nelle sembianze di un povero. Ricevuto il battesimo e lasciato l'esercito nel 356, raggiunse a Poitiers il vescovo Ilario che lo ordinò esorcista (un passo verso il sacerdozio). Dopo alcuni viaggi Martino tornò in Gallia, dove venne ordinato sacerdote. Nel 361, sotto la guida di sant’Ilario di Poitiers, fondò a Ligugé una comunità di asceti che è considerata il primo monastero databile in Europa. Nel 371, contro la sua volontà, fu eletto vescovo di Tours. Per qualche tempo, tuttavia, risiedette a Marmoutier, nell’altro monastero da lui fondato a quattro chilometri dalla città. Di qui intraprese la sua missione ultraventennale per cristianizzare le campagne: per esse Cristo era ancora "il Dio che si adora nelle città". Non aveva certo la cultura di S. Ilario e un po’ rimase il soldato sbrigativo che era, come quando abbatté edifici e simboli dei culti pagani, ispirando più risentimenti che adesioni. Ma la sua azione riuscì perché l’impetuoso vescovo si fece protettore dei poveri contro lo spietato fisco romano, promuovendo la giustizia tra deboli e potenti. Con lui le plebi rurali rialzarono la testa. Questo spiega l’enorme popolarità in vita e la crescente venerazione successiva. Manifestò comunque in sé il modello del buon pastore, fondando altri monasteri e parrocchie nei villaggi, istruendo e riconciliando il clero ed evangelizzando i contadini, finché a Candes fece ritorno al Signore l’8 novembre del 397. Quando morì, il corpo fu reclamato sia dagli abitanti di Poitiers che da quelli di Tours. Questi ultimi, di notte, lo portarono poi nella loro città per via d’acqua, lungo i fiumi Vienne e Loire. Perciò la sua festa fu celebrata nell’anniversario della sepoltura e non della morte.

 

San Martino è stato nominato patrono di Solopaca solo nel XVIII secolo, ma il suo culto è presente nelle nostre zone fin da tempi antichissimi. La devozione verso il vescovo di Tours, venerato nel medioevo come protettore degli osti e dei vendemmiatori, trova probabilmente giustificazione nella radicata cultura contadina, legata fin dall’antichità alla coltivazione della vite. La pratica devozionale verso San Martino – portata probabilmente nel Sannio dai Longobardi, arrivati nella Valle Telesina intorno al 570/576 – sarebbe stata incrementata dai soldati francesi scesi in Italia al seguito di Carlo d’Angiò che fu a Telese nel 1273 e nel 1278. Nel territorio di Solopaca una prima chiesa dedicata al santo sarebbe stata eretta nel luogo denominato appunto “Li Santi Martini”, nei pressi del casale di Santianni (vicino la via Latina), circondata da ville rustiche di origine romana. Dalle decime del 1325 la chiesa rurale risulta già sede di parrocchia. Il 5 dicembre 1456 un terribile terremoto distrusse l’antico tempio che fu ricostruito accanto al castello (terra murata) nella pubblica piazza, proprio nel luogo dove i telesini si erano stabiliti dopo il terremoto che distrusse Telese nel 1349. Secondo la testimonianza di don Salvatore Gaudino (parroco di San Martino dal 1850 al 1868) furono proprio i telesini ad importare il culto di San Martino da Telese a Solopaca, come avvenne anche per quello di San Mauro. Dopo la costruzione della Chiesa del SS. Corpo di Cristo, agli inizi del Settecento si decise di edificare l’attuale chiesa parrocchiale in località “li Tancredi”, mentre  nel vecchio edificio nei pressi del castello si stabilì la Congregazione dei Sette Dolori. In questo periodo il Santo fu eletto Patrono di “Solopaca e Casali”. Oltre alla celebrazione liturgica del giorno 11 novembre con la nota fiera, fu istituita una seconda festa annuale ai primi di luglio in ricordo dell’ordinazione vescovile di San Martino. La fiera si svolge da tempo immemorabile ed un tempo, insieme a quella di Santo Stefano a Telese, era considerata una delle più rinomate della zona. Questa un tempo durava un’intera settimana e per gli abitanti della valle telesina rappresentava una delle rare occasioni per comprare articoli che normalmente non erano di facile reperimento; inoltre permetteva agli agricoltori, agli allevatori e agli artigiani di poter vendere i loro prodotti.

 

 Martino previde molto tempo prima il giorno della sua morte. Avvertì quindi i fratelli che ben presto avrebbe cessato di vivere. Nel frattempo un caso di particolare gravità lo chiamò a visitare la diocesi di Candes. I chierici di quella chiesa non andavano d’accordo tra loro e Martino, ben sapendo che ben poco gli restava da vivere, desiderando di ristabilire la pace, non ricusò di mettersi in viaggio per una così nobile causa. Pensava infatti che se fosse riuscito a rimettere l’armonia in quella chiesa avrebbe degnamente coronato la sua vita tutta orientata sulla via del bene. Si trattenne quindi per qualche tempo in quel villaggio o chiesa dove si era recato finché la pace non fu ristabilita.

Ma quando già pensava di fare ritorno al monastero, sentì improvvisamente che le forze del corpo lo abbandonavano. Chiamati perciò a sé i fratelli, li avvertì della morte ormai imminente. Tutti si rattristarono allora grandemente, e tra le lacrime, come se fosse uno solo a parlare, dicevano: "perché, o padre, ci abbandoni? A chi ci lasci, desolati come siamo? Lupi rapaci assaliranno il tuo gregge e chi ci difenderà dai loro morsi, una volta colpito il pastore? Sappiamo bene che tu desideri di essere con Cristo; ma il tuo premio è al sicuro. Se sarà rimandato non diminuirà. Muoviti piuttosto a compassione di coloro che lasci quaggiù.

Commosso da queste lacrime, egli che, ricco dello spirito di Dio, si muoveva sempre facilmente a compassione, si associò al loro pianto e, rivolgendosi al Signore, così parlò dinanzi a quelli che piangevano: Signore, se sono ancora necessario al tuo popolo, non ricuso la fatica: sia fatta la tua volontà. O uomo grande oltre ogni dire, invitto nella fatica, invincibile di fronte alla morte. Egli non fece alcuna scelta per sé. Non ebbe paura di morire e di non rifiutò di vivere. Intanto sempre rivolto con gli occhi e con le mani al cielo, non rallentava l’intensità della sua preghiera. I sacerdoti che erano accorsi intorno a lui, lo pregavano di sollevare un poco il suo povero corpo mettendosi di fianco.

Egli però rispose: "Lasciate, fratelli, lasciate che io guardi il cielo, piuttosto che la terra, perché il mio spirito che sta per salire al Signore, si trovi già sul retto cammino". Detto questo si accorse che il diavolo gli stava vicino. Gli disse allora: "che fai qui, bestia sanguinaria? Non troverai nulla in me, sciagurato! Il seno di Abramo mi accoglie". Nel dire queste parole rese la sua anima a Dio. Martino sale felicemente verso Abramo. Martino povero e umile entra ricco in paradiso.

Dalle "Lettere" di Sulpicio Severo.

 

 

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