28

Feb

2010

Ritornate a me con tutto il cuore… vivere e sperimentare l’amore “Il Cammino quaresimale” Stampa

«Ritornate a me con tutto il cuore» espressione del profeta Gioele che apre, nel mercoledì delle ceneri, la liturgia della Parola. Espressione che racchiude il senso del periodo quaresimale che comincia proprio con questa liturgia dal sapore austero, di riflessione, di condivisione, di ritorno.

“Ritornate” è una parola che dovrebbe essere ripetuta ogni giorno nella nostra vita. Quante volte nel nostro cuore ci diciamo che dobbiamo ritornare a… ritornare ad essere se stessi, ritornare sui propri passi, quando, magari, ci accorgiamo di aver sbagliato; ritornare ad amare; ritornare a saper condividere. Il ritornare è il “ritornare al Signore”. Nella nostra vita di persone impegnate, sotto vari fronti, ci dimentichiamo di chi ha dato la sua vita per noi; di chi continuamente ci invita a condividere un amore più grande, ci chiede di ritornare alle cose belle che spalancano il nostro sguardo su un orizzonte che non è disperazione ma gioia piena e condivisa.

Il tempo che ci apprestiamo a vivere vuole segnare questo nostro ritorno: un ritorno con tutto il cuore a ciò che può dare significato profondo a tutto quello che viviamo. Noi siamo “chiamati” a qualcosa di più. Siamo chiamati a “qualcosa di più” perché siamo «un fascio di desideri – dice il Card. Carlo Maria Martini – una centrale produttiva di desideri». E questi desideri sono formidabili, perché hanno un’ampiezza, una instancabilità e una capacità di ricrearsi senza fine. Se conosciamo veramente noi stessi sappiamo di essere una fornace di desideri. “Il ritornare con tutto il cuore” deve essere per noi il nostro “fermarci” e sperimentare le grandi potenzialità che sgorgano dal nostro cuore, ci servirà per sperimentare quella voce che ci chiama a cose più grandi scoprendo la bellezza di esserci, di vivere, di donarsi con tutto il cuore. Perché l’uomo non è mai stanco di desiderare e di volere, non è mai soddisfatto. Sono formidabili i desideri dell’uomo perché sono vissuti nella forza moltiplicatrice e acceleratrice dei sentimenti e delle emozioni. Si! Penso che dovremmo ritornare ad “emozionarci”, dovremmo ritornare a sentire vibrare le corde dei nostri sentimenti più intimi; scoprendo che ciò che portiamo nel cuore non sono “fili sottili di seta” ma desideri corposi come una valanga che si mescola con le emozioni che continuano a crescere, e questo è il mistero che portiamo dentro di noi.

“Ritornare con tutto il cuore” dovrà segnare quella svolta epocale nella quale ci riappropriamo, mentre viviamo una sorta di disfacimento, di questi desideri, fare ordine in essi, chiarirli, tenerli in mano e non spegnerli mai. A tutti, certamente, capita di incontrare persone che hanno spento i loro desideri: per loro tutto è uguale. Ma i desideri non possono nemmeno essere tumultuosamente lasciati andare perché rischierebbero di diventare distruttivi di noi stessi e degli altri. Appropriarsi dei propri desideri significherà scoprire, vivere e sperimentare la bellezza e la capacità di amare.

La Quaresima è il momento centrale nel quale – sia singolarmente, sia come Chiesa, casa per tutti – sperimentiamo la dolcezza del cammino alla scoperta di ciò che abita nelle profondità del nostro cuore: amare Dio e il prossimo sopra ogni cosa.

La caratteristica del cammino di Quaresima sono i famosi quaranta giorni che indicano “la preparazione” di Gesù nel deserto prima della sua missione pubblica. Il “ritornare a…” acquista per noi questo significato profondo di prepararci all’incontro con il Risorto nella notte di Pasqua. È necessario sgombrare dal cuore tutti quegli ostacoli che ci impediscono di riconoscere nella nostra esistenza la bellezza di essere chiamati a qualcosa di più grande. E che cosa c’è di più grande se non l’amore?

Il cammino di Quaresima deve significare per ognuno di noi realizzare il più grande desiderio che ci portiamo nel cuore: vivere e sperimentare l’amore. Solo l’amore, infatti, ci darà la possibilità di sentirci realizzati, ci porterà a scoprire che non bastiamo a noi stessi ma che dobbiamo “uscire” dal nostro piccolo e incontrare chi con noi condivide le stesse ansie, le stesse preoccupazioni quotidiane, le stesse gioie e le stesse speranze. Solo l’amore, sperimentato nel silenzio del nostro cuore, ci farà ricordare che «bisogna riappropriarci – scrive mons. Tonino Bello – urgentemente della dimensione contemplativa dell’esistenza» (esempio sono le quaranta ore di Adorazione che vivremo subito dopo il mercoledì delle ceneri nella Chiesa “SS. Corpo di Cristo” e nella novena di S. Giuseppe nella parrocchia di “S. Martino Vescovo”). La dimensione contemplativa appartiene alla nostra identità di credenti. Il frastuono ci sommerge. Le cose ci travolgono. Dobbiamo riservare lunghi spazi al silenzio. Non rimarranno vuoti: Dio li riempirà della sua presenza. Continua a tal proposito Mons. Bello: «concediamo al nostro spirito inquieto i pascoli della preghiera, della contemplazione, dell’abbandono in Dio. È ricerca di una autenticità che abbiamo smarrito. Torniamo alle sorgenti. O, se volete, torniamo al deserto».

Dunque solo l’amore – come ci ricorda S. Paolo – resta! L’amore, in questo cammino di conversione, ci farà intravedere i segni stupendi che il Signore quotidianamente continua a donarci. Ci farà essere anche solidali, dove trovano significato anche i tanti gesti di solidarietà che possiamo vivere in questo tempo forte, verso quelle persone che vivono drammi e situazioni molto particolari scendendo concretamente nei problemi. Attraverso la solidarietà ci collocheremo nei crocevia per dove passano le contraddizioni della vita di ogni giorno. Questa sarà la via “preferenziale” per la quale scopriremo le “Vie del Signore”; scopriremo i “cieli nuovi e terra nuova”; ci appresteremo a “vedere” i segni nuovi. Nel segno della solidarietà che tante distanze saranno abbattute: anche Haiti (l’ultimo dramma per l’uomo) non sarà così lontana ma nel cuore potremmo ascoltare chi grida aiuto. Forse scopriremo che anche nelle piccole realtà tanti vivono drammi che solo attraverso la nostra presenza potranno essere risolti. Solidarietà, infatti, non vuol dire semplicemente un atto di carità ma è soprattutto “farsi” carico dei problemi del prossimo.

Farsi carico del peso dell’altro è quello che Giovanni Paolo II nella sua Lettera Enciclica Sollicitudo rei socialis affermava: «Quantunque la società mondiale offra aspetti di frammentazione, espressa con i nomi convenzionali di Primo, Secondo, Terzo ed anche Quarto Mondo, rimane sempre molto stretta la loro interdipendenza che, quando sia disgiunta dalle esigenze etiche, porta a conseguenze funeste per i più deboli. Anzi, questa interdipendenza, per una specie di dinamica interna e sotto la spinta di meccanismi che non si possono non qualificare come perversi, provoca effetti negativi perfino nei Paesi ricchi. Proprio all'interno di questi Paesi si riscontrano, seppure in misura minore, le manifestazioni specifiche del sottosviluppo. Sicché dovrebbe esser pacifico che lo sviluppo o diventa comune a tutte le parti del mondo, o subisce un processo di retrocessione anche nelle zone segnate da un costante progresso».

Abbiamo bisogno, allora, di segni forti. Di gesti concreti. Di esemplarità nuove! E l’esemplarità nuova è quella della comunione. Diceva Mons. Bello, «Siamo troppo divisi: nei progetti, nei programmi, nei percorsi, nelle mete. Siamo troppo arroccati: ognuno nel suo guscio, nel suo ghetto, nella sua casa, nella sua chiesa. La differenza diventa prassi. Il sospetto diviene metodo. Ritroviamo, carissimi fratelli, le cadenze smarrite del dialogo interpersonale. Riscopriamo la gioia della corresponsabilità. Assaporiamo il gusto della collaborazione. A tutti i livelli. All’interno della casa. Tra una famiglia e l’altra. Tra parrocchia e parrocchia. La Quaresima è tempo di segni. È tempo di frutti».

La Quaresima, ci auguriamo, possa essere per tutti il cammino condiviso come lo fu per il popolo di Israele che grazie ad esso ha potuto sperimentare e conoscere il Dio che salva e che accompagna ogni uomo alla salvezza. Questo nostro cammino di conversione sia un cammino esaltante nel quale ognuno di noi possa trovare l’entusiasmo per dire, poi, con l’apostolo Tommaso: Signore mio e Dio mio. Ci auguriamo tutti che possiamo riscoprire la bellezza di un entusiasmo che spalanca le porte dei nostri cuori e far accogliere il bene che tutti siamo portatori. Tutti siamo “cercatori” e mai sazi. Tutti insieme scopriremo che è bello vivere nel Signore che dona la vita per noi.

don Leucio Cutillo