25

Gen

2010

Il sacerdote è uomo nella sequela di Cristo, e scopre con la sua comunità di essere comunione PDF Stampa E-mail

Il Cammino della Chiesa in questo anno Pastorale 2009/2010 è caratterizzato dal riflettere sulla figura del “sacerdote”. Il nostro Papa Benedetto XVI ha voluto indire come anno sacerdotale il 2010 in occasione del 150 anniversario della morte di Giovanni Maria Vianney (meglio conosciuto come il Santo Curato D’Ars).

Chi è il sacerdote? Semplicemente è colui che deve celebrare la Santa Messa? È colui al quale ci rivolgiamo solo perché dobbiamo ricevere i Sacramenti? O forse è l’uomo chiamato da Dio anche con le proprie difficoltà, con la propria storia, con i suoi limiti; ma anche con le tante cose belle che si porta nel cuore? Il sacerdote è colui che dopo aver fatto un cammino nel discernere la sua decisione, dopo essere stato ordinato e consacrato con il crisma, cammina con la comunità che gli viene affidata. Il sacerdote, attraverso il suo essere chiamato, cerca di dare risposta alla sua vita… con la sua comunità è cercatore di Dio. Mi sembrano appropriate le parole che ritroviamo nella lettera dei Vescovi italiani “Ai cercatori di Dio”:«Siamo cercatori di felicità, appassionati e mai sazi. Questa inquietudine ci accomuna tutti. Sembra quasi che sia la dimensione più forte e consistente dell’esistenza, il punto di incontro e di convergenza delle differenze. Non può essere che così: è la nostra vita quotidiana il luogo da cui sale la sete di felicità. Nasce con il primo anelito di vita e si spegne con l’ultimo. Nel cammino tra la nascita e la morte, siamo tutti cercatori di felicità. Come credenti, abbiamo una convinzione irrinunciabile, che ci viene dalla nostra esperienza cristiana. Su di essa cerchiamo il confronto con tutti coloro che preferiscono la vita alla morte e cercano la felicità come la qualità profonda di questa stessa vita. La vita è bella nonostante tutte le prove e le disavventure, perché esistiamo e sperimentiamo l’amore. Non per tutti, certo, è così. La vita è segnata in tutte le sue fasi e le sue forme dalla fragilità: la fragilità del nascituro, del bambino, dell’anziano, del malato, del povero, dell’abbandonato, dell’emarginato, dell’immigrato, del carcerato. In tutte le età ci sono sofferenze fisiche, psichiche, sociali. Come avviene per la felicità, anche l’esperienza del dolore ci accomuna tutti. Come in ogni situazione umana si sperimenta la fragilità, così ogni ambiente vitale è frutto di un fragile equilibrio. Nei volti delle famiglie ci sono spesso più lacrime da asciugare che sorrisi da raccogliere. Nella vita ci sono sofferenze che arrivano contro ogni nostra aspettativa e ci sono anche sofferenze che nascono dai nostri errori e dalle nostre colpe, quelle che costruiamo con le nostre mani: quando, ad esempio, diamo la prevalenza all’avere sull’essere; quando ci carichiamo di cose inutili; quando diamo la precedenza alle cose sulle persone, agli interessi materiali sugli affetti».

In questo atteggiamento di cercatori “appassionati” vorrei rileggere, attraverso la mia poca esperienza, la figura del sacerdote.
Gesù nel Vangelo di Giovanni affidando i “suoi” al Padre dice: Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me.
Questa preghiera di Gesù nasce nel contesto dell’ultima cena: Gesù con i suoi sta festeggiando la Pasqua, nella stanza al piano superiore, grande e addobbata, dove tutti trovano posto. Anche noi in questa stanza troviamo spazio, troviamo posto. È lo spazio della comunione e della condivisione. Forse il Signore ha “consegnato” a chi era con Lui la bellezza di “essere comunione”. Oggi questo in primis è consegnato ai sacerdoti nel giorno dell’ordinazione.
Immaginiamo Gesù mentre annunciava queste parole scrutava lo sguardo di ognuno dei suoi discepoli e donando loro l’amore infinito del Padre ricordava loro che “erano una cosa sola con lui”.
Oggi è il sacerdote e con loro tutti i fedeli devono vivere la “comunione”, quella “comunione” scaturita da quel dono totale che ha visto i discepoli un po’ disorientati: la lavanda dei piedi. Cristo che si china sulle fragilità umane, le risana, le cura, immette l’uomo in una nuova dimensione: quella della comunione. In questa dimensione comunionale che il sacerdote (e ogni cristiano) deve cercare le risposte alla propria vita: nell’essere una cosa sola con Cristo.
Se dunque siamo cercatori appassionati di felicità, come ogni persona, anche il sacerdote vuole dare risposta alla propria vita. Tutto comincia certamente attraverso un incontro con Colui che ci ama di un amore infinito. Tutti ci siamo o ci troveremo sul Lago di Tiberiade e sentiremo quella voce che ci invita ad intraprendere un cammino, un cammino di comunione. Il sacerdote prima di essere uomo di comunione è uno “chiamato” ad essere comunione.

Iniziamo la grande avventura della vita e sembra che qualcuno abbia giocato per noi prima che cominciassimo a vivere. Non siamo stati buttati nel mondo come pezzi che lasciano la fabbrica in cui sono stati costruiti, magari un po’ grezzi, ma del tutto casualmente o destinati alle occasioni che si produrranno. Per ciascuno di noi c'è una storia appassionata d'amore, un disegno da scoprire, un sogno di Dio da intercettare e portare alla realizzazione. Siamo sempre il regalo di un’annunciazione e otteniamo il dono di una nascita. Siamo sempre stati pensati e fatti esistere in una storia d’amore, proprio perché la storia è stata segnata per tutti fin dall’eternità da due annunciazioni e da due nascite, quelle che immediatamente ci pone davanti la più bella notizia della storia: il vangelo.
Dio chiama i suoi sacerdoti sempre da determinati contesti umani ed ecclesiali, dai quali sono inevitabilmente connotati e ai quali sono mandati per il servizio del Vangelo di Cristo.
Siano anch’essi in noi una cosa sola.
Dalla consapevolezza di essere chiamati e con il “coraggio” di rispondere alla Chiamata il sacerdote si incammina per percorrere una strada che giorno per giorno si schiude nel suo orizzonte: la strada di essere comunione.
Come si può essere comunione con Lui? Bisogna puntare gli occhi su di Lui. Se riuscissimo a farlo davvero! Troveremo la fontana della comunione. La comunione noi l’andiamo cercando con le smanie organizzative; e ancora non abbiamo capito che essa è dono di Dio, non risultato dei nostri sforzi, o frutto delle nostre tecniche di collaborazione, o prodotto delle nostre abilità manageriali.

Se non teniamo gli occhi fissi su di Lui, non faremo mai un’autentica pastorale di comunione. Il sacerdote è chiamato in primo luogo ad essere a vivere la comunione insieme alla comunità che gli è affidata. È in questa logica che bisogna sentirsi anche amati. Anche il sacerdote ha bisogno del sostegno, della comprensione… dell’amore. Ma nello stesso tempo il sacerdote è chiamato ad “offrirsi” all’altro così come Cristo, nella stanza al piano superiore, si è offerto. Tutta la vita del sacerdote deve essere orientata a un’altra persona. Quando a Gesù hanno chiesto “Che cosa devo fare per essere felice (per avere la vita eterna)?” Gesù risponde di amare Dio e il prossimo. Risposta facile. L’interlocutore però ha rimesso in discussione tutto chiedendo ancora: ma chi è il mio prossimo? E Gesù afferma che essere prossimo non è un’etichetta che le persone si portano addosso, ma è la decisione di farsi vicino, dono all’altro. C’è un prossimo che non ha voce per farsi sentire e che attende di essere accolto.
Il sacerdote proprio attraverso il chiedersi ogni giorno chi è il mio prossimo “porta” Cristo a chi non ha voce, fa di tutti una cosa sola. Egli è chiamato per la sua vocazione ad ascoltare, a contemplare, a discernere, a donare amore e fare di tutti “comunione”.

Ma il sacerdote deve anche avere la possibilità di poter contare su una compagnia che fa da stimolo, da criterio, da accompagnamento, da rassicurazione, condivisione, sostegno. Il sacerdote così avrà la capacità di condividere gli ideali, di trascinare e farsi misurare da altri dentro la scelta per cui vive. Infatti, mentre condivide e convince gli altri, chiarisce a se stesso chi vuole veramente diventare.
Il sacerdote nell’essere una sola cosa con il Signore porta la buona notizia a tutti, una notizia che sia sempre fresca di giornata: Gesù Cristo è il Signore, il solo Signore, il solo Santo, il solo Altissimo, il solo re di gloria. È in questa notizia che il sacerdote porta al mondo intero, tutti noi dobbiamo trovare “motivi” per esultare; è in questa notizia che dobbiamo trovare il coraggio di abbandonarci alla gratitudine; è in questa notizia che dobbiamo trovare la voglia di alzarci e andare e trasmettere a tutti questo annuncio di salvezza.

È in quest’ottica che siamo cercatori di Dio e abitanti della stanza al piano superiore!  Non ci si può accontentare dei propri difetti e dei propri peccati… ma impariamo a lodare Dio per come siamo, per la nostra vita così com’è in questo momento. Riscoprire la bellezza della condivisione del “quanto” e del “quando” il Suo amore ci accarezza ogni giorno, è urgenza.
Il sacerdote, e dunque ogni cristiano, è «Chiamato a servire, nell’impegno di ogni giorno, nella specificità dei servizi d’amore cui Dio lo chiama, il cristiano non deve mai perdersi d’animo, né cedere alla tentazione della disperazione e dello scetticismo. Il segreto che gli permette di mantenere intatta la sua capacità di leggere giorno dopo giorno i segni della salvezza di Dio, che è all’opera, sta nell’incontro fedele e perseverante con Cristo, sorgente di vera gioia. Questa gioia dell’incontro col Signore accompagna la vita del cristiano: anche nella prova e nella persecuzione i discepoli restano “pieni di gioia e di Spirito Santo” (Atti 13,52). La gioia è un frutto dello Spirito, conseguenza del dimorare in Dio nella preghiera e nella celebrazione del suo amore per noi, sperimentato nella fede e nella speranza: “Siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa è, infatti, la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi” (1Tessalonicesi 5,16-18). La gioia si coniuga così alla carità, vissuta nel portare con Cristo il peso della sofferenza propria e altrui. Servire è farsi collaboratori della gioia di tutti: “Noi non intendiamo fare da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia” (2Corinzi 1,24)».
Il sacerdote insieme alla sua comunità è “cercatore di Dio”.
Il “cercatore di Dio” si scopre in cammino.
Il “cercatore di Dio” si scopre in cammino con tutti e trova pienezza nell’accoglienza reciproca. Perché l’Amore ci spinge a non costruire recinti, a non sentirci appagati nelle nostre dimore lussuose, ad accogliere senza riserve, cercando di capire le ragioni di chi “non ci appartiene”. Il “cercatore di Dio” scopre nel suo cammino comunitario e parrocchiale l’umiltà… l’umiltà ci educa a pensare a noi stessi come strumenti, come dono. Solo così ci si allena a parlare senza la pretesa di rivelare col nostro pensiero la verità assoluta e si è indotti ad ascoltare.
Il “cercatore di Dio” scopre la “cura”.
Il “cercatore di Dio” in questo ascolto reciproco scopre la “cura”: la cura del genitore anziano che finora ci ha accudito; la cura con cui ci affidiamo, nella malattia e nella vecchiaia, la cura del piccolo e del giovane, da accompagnare verso la vita nella consapevolezza che l’ascolto delle esigenze giovanili è solo un punto di partenza.
Le nuove generazioni sono il nodo cruciale, è il pilastro sul quale poggiare e costruire il cammino quotidiano. È la sfida che attende il sacerdote ma l’intera Chiesa.
Per non affidare a priori le nuove generazioni alle “offerte a buon mercato” nelle relazioni intergenerazionali ci vengono richiesti uno spazio e un contributo di pensiero e di proposta reciproci, che salvaguardino i ruoli: che l’adulto non si confonda col giovane e viceversa.
Il cercatore di Dio scopre la “solidarietà”.
Se il tempo è vita, il cercatore di Dio si interroga su come investe il proprio tempo, scopre la solidarietà. Don Tonino Bello usa la figura della Samaritana per indicare la Chiesa “riconciliata” che lascia la brocca per “andare” a cercare …: “Lasciò la brocca, andò in città, e disse alla gente…”.
Quale brocca deve oggi lasciare la Chiesa di Cristo riconciliata con Dio e con gli uomini, se vuole essere fedele alla sua missione?  Che cosa deve fare, che cosa deve essere, che cosa deve lasciare la nostra parrocchia per rispondere alle urgenti esigenze interne ed esterne?
Ancora con don Tonino Bello cerchiamo di dare la risposta: «Deve lasciare la brocca, cioè il recipiente, il contenitore, la scatola, del linguaggio difficile, tecnico, non più comprensibile dall’uomo contemporaneo, il quale, proprio perché non coglie più l’etichetta del “container” e non ne capisce l’indicazione. Quale brocca deve oggi lasciare ciascuno di noi, riconciliato con Dio e con gli uomini? Deve lasciare la brocca dell’isolamento per vivere uno stile di comunione» .
È nella prospettiva di lasciare la brocca (per uno stile di comunione) bisogna “andare in città”… e scoprire la solidarietà; perché andare significa muoversi, incontrare… lasciare per un momento anche il Messia, o almeno l’oasi rassicurante con la palma e col pozzo, dove, accanto alla carrucola che cigola, la contemplazione è facile e la conversazione teologica e gratificante.
Scoprirsi “solidarietà” significa intraprendere la fatica del viaggio e andare a “piantarsi” nel centro della piazza, dove ferve la vita, dove passa la gente, dove si costruisce la storia. Significa piantarsi all’incrocio delle culture non per catturarle o per servirsene ma per orientarle e servirle.

Andare in città non significa mettersi in piazza per compattare la gente, per aggregare squadroni, per occupare spazi in concorrenza con le culture del tempo e con le ideologie mondane; significa invece scegliere gli ultimi, riversarsi nelle strade, come dice il vangelo, e chiamare cechi, storpi, sordi, per invitarli tutti al banchetto del Regno.
Scoprire la solidarietà significa - ci ha ricordato Mons. Domenico Sigalini all’ultimo Convengo Pastorale - che: «la scuola, la parrocchia, l’oratorio, l’associazione devono mettersi in dialogo con quello che i giovani vivono nei loro spazi. Non si tratta di fare diventare famiglia la compagnia, o scuola la strada, o gregoriano il rock o classe di catechismo la banda dei motorini, ma di essere in grado di leggere e interpretare tutta quella carica che viene dagli ambienti della vita parallela dei giovani e aiutarla a dirsi, a diventare progetto, prospettiva di futuro, esperienza di fede, luogo di elaborazione di nuove strade di vita. La scuola non deve smettere di essere scuola, ma non può vivere di rendita e non può non confrontarsi con nuovi linguaggi e nuove necessità di conoscenza; la catechesi sarà sempre un percorso per vivere la fede, ma non potrà lasciar fuori la vita e ridursi a quattro verità fatte conoscere anche bene didatticamente. La famiglia sarà sempre uno spazio di convivenza di generazioni diverse, di ascolto quotidiano reciproco, di pazienza per la crescita e di accettazione del declino… ma non potrà non essere dialogo anche serrato, scontro con diverse impostazioni di vita, accoglienza incondizionata e spalla su cui si possa piangere oltre il merito. La parrocchia sarà sempre il segno concreto di una comunità che segue e annuncia Cristo, il luogo della celebrazione della salvezza da lui donata, ma sarà pure capace di essere una casa abitabile dai giovani, un messaggio percepibile nei loro linguaggi e nelle loro esigenze. Senza una ridefinizione del ruolo e della figura dell’adulto tutto questo dialogo è impossibile e porta solo o alla contrapposizione, o all’adattamento al ribasso o all’insignificanza».

Prendendo a prestito le parole di Giovanni Paolo II e reinterpretandole alla luce della figura del sacerdote, il sacerdote deve: guardare in faccia questo nostro mondo, con i suoi valori e problemi, le sue inquietudini e speranze, le sue conquiste e sconfitte; un mondo le cui situazioni economiche, sociali, politiche e culturali presentano problemi e difficoltà più gravi rispetto a quello descritto dal Concilio nella Costituzione pastorale Gaudium et spes (7). È comunque questa la vigna, è questo il campo nel quale i sacerdoti e i fedeli laici sono chiamati a vivere la loro missione. Gesù li vuole, come tutti i suoi discepoli, sale della terra e luce del mondo (cfr. Mt 5, 13-14). Ma qual è il volto attuale della «terra» e del «mondo», di cui i cristiani devono essere «sale» e «luce»?
È assai grande la diversità delle situazioni e delle problematiche che oggi esistono nel mondo, peraltro caratterizzate da una crescente accelerazione di mutamento. Per questo è del tutto necessario guardarsi dalle generalizzazioni e dalle semplificazioni indebite. È però possibile rilevare alcune linee di tendenza che emergono nella società attuale. Come nel campo evangelico insieme crescono la zizzania e il buon grano, così nella storia, teatro quotidiano di un esercizio spesso contraddittorio della libertà umana, si trovano, accostati e talvolta profondamente aggrovigliati tra loro, il male e il bene, l'ingiustizia e la giustizia, l’angoscia e la speranza.
È necessario che tutti riscopriamo, nella fede, il vero volto della parrocchia, ossia il «mistero» stesso della Chiesa presente e operante in essa: anche se a volte povera di persone e di mezzi, altre volte dispersa su territori quanto mai vasti o quasi introvabile all’interno di popolosi e caotici quartieri moderni, la parrocchia non è principalmente una struttura, un territorio, un edificio; è piuttosto «la famiglia di Dio, come una fraternità animata dallo spirito d'unità» (91), è «una casa di famiglia, fraterna ed accogliente» (92), è la «comunità di fedeli» (93). In definitiva, la parrocchia è fondata su di una realtà teologica, perché essa è una comunità eucaristica (94). Ciò significa che essa è una comunità idonea a celebrare l'Eucaristia, nella quale stanno la radice viva del suo edificarsi e il vincolo sacramentale del suo essere in piena comunione con tutta la Chiesa»

don Leucio Cutillo

 

 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

RocketTheme Joomla Templates
Copyright © 2009 parrocchiesolopaca.it - Tutti i diritti riservati - sito realizzato da AlmericoTommasiello