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Dic

2009

Una comunità in cammino... verso Betlemme “la casa di tutti” PDF Stampa E-mail
La liturgia ci fa vivere nell’ultima domenica del tempo ordinario la solennità di Cristo Re del’universo. Oltre a segnare la conclusione dell’anno liturgico è tappa fondamentale, perché ogni cristiano è chiamato a volgere lo sguardo al Cristo: centro del proprio esistere.
La solennità di Cristo Re dell’universo chiede al credente il far emergere le parole di Gesù: venite a me voi tutti che siete affaticate e oppressi e io vi ristorerò; io sono il principio e la fine l’Alfa e l’Omega. Volgere lo sguardo al Signore della vita è portargli quelle piccole e grandi emozioni scaturite dal nostro rapporto personale e comunitario con la Sua Parola. Sempre e solo in questo rapporto che il credente legge i segni dei tempi, attraverso la consapevolezza della presenza costante del Signore. Infine la solennità del Re dell’universo è il ponte che ci introduce nel tempo liturgico dell’Avvento/Natale: inizio del nuovo anno liturgico.
L’inizio di un nuovo anno liturgico diventa il momento propizio per ripensare al senso di un ciclo celebrativo che non si presenta a noi come un “film già visto”. È importante coglierne ogni volta la perenne “novità”. Tale novità non è tanto riscoprire qualcosa di nuovo nel Natale o nella Pasqua, ma è un continuo rinnovarsi per noi, della continua offerta di salvezza che quegli eventi contengono.
La novità consiste ancora in quell’incessante coinvolgimento, in quella risposta di fede che il Signore ogni volta ci chiede e che segna il nostro cammino di maturazione, il nostro impegno verso una sempre più generosa scelta per Gesù Cristo.
Il periodo di Avvento non può essere solo cogliere la novità, è anche il ricordo di essere sempre in attesa, in una sorta di tensione verso… ma in attesa di chi? In tensione verso chi? La vita è sempre attesa; tante cose attendiamo! Attendiamo la realizzazione dei nostri grandi progetti, attendiamo un mondo migliore, attendiamo, finalmente, la fine della crisi economica, attendiamo un lavoro per tutti.
Tante attese racchiuse in una sola “Attesa”: l’attesa del Salvatore. L’avvento, infatti, ci riporta a questa “tensione” verso quel desiderio grande di dare completezza al nostro vivere. In questo atteggiamento di tensione è necessario far risuonare nei nostri le parole del Profeta: ecco la vergine concepirà un figlio lo darà alla luce e lo chiamerà Emmanuele, il Dio con noi.
L’attesa (avvento), dunque, è la motivazione che ci spinge verso la completezza; l’attesa è il vento di ponente che spinge la barca della vita a prendere il largo. C’è anche un altro atteggiamento di vivere l’attesa: è l’atteggiamento di alzare lo sguardo è arrivato il momento di tornare a sperare.
Oggi più che mai è necessario, alzare lo sguardo, perché sembra che il passo si sia fatto pesante, perché sembra che c’è la voglia di tornare indietro (era meglio rimanere in Egitto, almeno avevamo qualcosa da mangiare). Il cristiano, però, è speranza, è fiducia in un Dio che si fa carne per la nostra salvezza.
Il cristiano è l’uomo dell’attesa, è la sentinella del mattino che per primo scruta l’alba del nuovo giorno. È l’uomo dell’attesa perché non si lascia sviare da attese senza senso, lui è orientato alla luce che irromperà nelle tenebre della notte santa donando senso pieno alle cose che vive.
Il cristiano vive l’attesa nell’atteggiamento del cercatore, tutti siamo cercatori di Dio, come ci ricorda la lettera dei Vescovi Italiani, Lettera ai cercatori di Dio: «Siamo cercatori di felicità, appassionati e mai sazi. Questa inquietudine ci accomuna tutti. Sembra quasi che sia la dimensione più forte e consistente dell’esistenza, il punto di incontro e di convergenza delle differenze. Non può essere che così: è la nostra vita quotidiana il luogo da cui sale la sete di felicità. Nasce con il primo anelito di vita e si spegne con l’ultimo. Nel cammino tra la nascita e la morte, siamo tutti cercatori di felicità. La nostra esperienza quotidiana è spesso tentata di cadere nella rassegnazione e nel cinismo, eppure si spalanca continuamente verso una forte necessità di speranza. Ma che cosa significa sperare? La speranza ha a che fare con la gioia di vivere. Suppone un futuro da attendere, da preparare, da desiderare. Sentiamo che la speranza richiede e suscita unità nel cuore: dà senso e motiva ogni nostro sentimento, ogni nostra aspirazione, ogni nostro progetto. Promuove anche unità nella storia: nelle tante cose che pensiamo e che facciamo ogni giorno ci può essere un filo conduttore che collega e illumina tutto quanto. Se c’è speranza, c’è pazienza e c’è la vigilanza che sa vagliare e spinge all’impegno in ogni cosa. Non si può vivere senza speranza: sarebbe come vivere senza riuscire a dare una prima iniziale risposta all’interrogativo “perché sono al mondo”? Tutti abbiamo bisogno di un orizzonte di senso, per dire qualcosa di vero sul nostro futuro. Ha senso sperare che ciò che desideriamo si attui; così pure ha senso sperare di avere successo nei singoli aspetti su cui puntiamo. C’è una speranza a livello personale e c’è una speranza a livello storico-cosmico. Il tempo e le circostanze sono importanti per dare un contesto e un contenuto alle nostre speranze».
Se siamo cercatori di Dio, non possiamo non ricercare la speranza; il nostro camminare è verso Betlemme: la casa per tutti. Non si può vivere il Natale senza aver prima vissuto con intensità l’attesa e il cammino; potremmo così meravigliarci di fronte a quella grotta, farci scaldare il cuore nel fissare lo sguardo al bambino avvolto in fasce e adagiato nella mangiatoia. Potremmo sperimentare nel volto di Maria il dono che Dio ha fatto all’umanità. Potremmo contemplare nel falegname di Nazareth l’accoglienza del mistero di salvezza.
L’attesa ci apre un orizzonte completamente nuovo: l’orizzonte di una vita donata, quella che ci fa vivere la dimensione della gratuità e della comunione. Una gratuità e una comunione che si realizzano nell’essere popolo che nell’attesa si mette in cammino facendosi carico del fratello; non ci può essere Natale senza pensare a chi cammina con noi.
A Betlemme non possiamo arrivarci da soli; a Betlemme non possiamo giungerci senza aver condiviso il cammino, il pane quotidiano, gioie e dolori con i nostri fratelli. Non ci può essere Natale se non ci accorgiamo delle persone che soffrono, di chi non ha più un tetto per ripararsi la notte, di chi ha perso il lavoro, di chi viene rifiutato dalla società, di chi viene continuamente maltrattato, di chi si sente solo. Queste saranno le persone con le quali potremmo giungere a Betlemme; solo attraverso la loro presenza che il Natale nella nostra storia sarà veramente Natale. Natale deve rappresentare la distruzione dei muri di separazione, andare contro corrente, farci dono e, come amava dire Giovanni Paolo II, gettare ponti.
È ormai luogo comune affermare che la società in cui viviamo è sempre più individualista, dove tanti valori autentici si vanno perdendo; facciamo in modo che il nostro Natale sia il vivere e far vivere la comunione, cominciando da quei piccoli gesti: cominciando a parlare con i nostri fratelli, ri-cominciando ad accorgerci degli altri, ri-cominciando a vivere la quotidianità come dono ringraziando chi ce la offre. Ri-prendiamo in mano la nostra vita e facciamo in modo che porti frutti abbondanti.
Forse sarò anche un sognatore di turno o il prete che certe cose deve comunicarle per assolvere ad un suo dovere. Tutti possiamo avere un’opinione! Io so semplicemente che Betlemme è quella casa grande dove tutti troveranno posto.
Nella notte santa in cui accoglieremo l’invito della schiera degli angeli ad “andare” a contemplare il prodigio dell’Emmanuele, sono sicuro, non saremo soli; tanti nostri fratelli ci hanno sostenuto, ci hanno aiutato, ci hanno portato sulle spalle. Se possiamo contemplare il mistero di Dio è perché loro ci hanno condotto fino a Betlemme.
 
don Leucio Cutillo
 

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