Sant'Antonio di Padova PDF Stampa E-mail
Mercoledì 13 Giugno 2012 12:22

 

Sant'Antonio di Padova che si venera nella Chiesa del SS. Corpo di Cristo in Solopaca

Antonio era un nobile portoghese, discendente del crociato Goffredo di Buglione; il suo nome di battesimo, infatti, era Fernando di Buglione. Nacque a Lisbona intorno al 1195; a quindici anni entrò come novizio nel monastero di San Vincenzo sempre a Lisbona. Poco dopo si trasferì nel monastero di santa Croce di Coimbra, il maggior centro culturale del Portogallo appartenente all'Ordine dei Canonici regolari di Sant'Agostino, dove studiò scienze e teologia e a 24 anni ricevette l’ordinazione sacerdotale.

 

 

Fernando era destinato ad una carriera da teologo e filosofo, ma non sopportava i maneggi politici dell’Ordine Agostiniano a cui apparteneva. Egli anelava ad una vita religiosamente più severa e quindi meditava di lasciare l’Ordine. Nel 1220 giunsero a Coimbra i corpi di cinque frati francescani decapitati in Marocco dove si erano recati predicare per ordine di San Francesco d’Assisi. Quando i frati del convento di monte Olivares arrivarono per accogliere le spoglie dei martiri, Fernando confidò loro la sua aspirazione di vivere nello spirito del Vangelo. Ottenuto il permesso dal provinciale francescano di Spagna e dal priore agostiniano, Fernando entrò nel romitorio dei Minori e fece subito professione religiosa, mutando il nome in Antonio in onore dell'abate, eremita egiziano (S. Antonio Abate). Antonio chiese di poter partire anche lui per il Marocco per poter predicare il Vangelo ma una febbre malarica lo colse durante il viaggio e forse non arrivò mai in Africa; secondo alcune fonti ritornò a Lisbona, secondo altre sbarcò in Sicilia dove venne curato dai francescani del luogo.

Poco dopo, invitato al Capitolo generale di Assisi, arrivò con altri francescani a Santa Maria degli Angeli dove ebbe modo di ascoltare Francesco, ma non di conoscerlo personalmente.  Il ministro provinciale dell'ordine per l'Italia settentrionale gli propose di trasferirsi a Montepaolo, presso Forlì. Per circa un anno e mezzo visse in un eremo in contemplazione e penitenza, svolgendo per desiderio personale le mansioni più umili. Nelle sue uscite in città mostrò le sue doti di predicatore tanto che lo stesso San Francesco gli assegnò il ruolo di predicatore e insegnante. Usò la sua parola per combattere l’eresia catara in Italia e albigese in Francia, dove arrivò nel 1225 (per questo motivo fu chiamato “martello degli eretici”).

Successivamente Antonio aprì nuove case, visitando i conventi per conoscere personalmente tutti i frati, controllò le Clarisse e il Terz'ordine. Fissò la residenza a Padova e in due mesi scrisse i Sermoni domenicali. Ottenne la riforma del Codice statutario repubblicano, grazie alla quale un debitore insolvente ma senza colpa, dopo aver ceduto tutti i beni, non poteva essere anche incarcerato. Non solo, tenne testa ad Ezzelino da Romano, soprannominato il Feroce, riuscendo a far liberare i capi guelfi incarcerati. Scrisse i Sermoni per le feste dei Santi. I suoi temi preferiti erano i precetti della fede, della morale e della virtù, l'amore di Dio e la pietà verso i poveri, la preghiera e l'umiltà, la mortificazione.

Instancabile predicatore, venne definito da papa Gregorio IX “Arca del Testamento”. Dopo tre anni di predicazione, per riposarsi,  si ritirò a Camposampiero, vicino Padova, dove il conte Tiso, che aveva regalato un eremo ai frati, gli aveva fatto allestire una stanzetta tra i rami di un grande albero di noce. Lo stesso Conte Tiso assistette alla visita che Gesù Bambino faceva al Santo.

Il 13  giugno del 1231 Antonio, sentendosi mancare, pregò i suoi confratelli di portarlo a Padova, dove voleva morire. Caricato su un carro trainato da buoi, alla periferia della città le sue condizioni si aggravarono al punto che si decise di ricoverarlo nel vicino convento dell'Arcella dove morì in serata. Nei giorni seguenti la sua morte, si scatenarono "guerre intestine" tra il convento dove era morto che voleva conservarne le spoglie e quello di Santa Maria Mater Domini, il suo convento, dove avrebbe voluto morire. Durante la disputa si verificarono persino disordini popolari, infine il padre provinciale decise che la salma fosse portata a Mater Domini. Non appena il corpo giunse a destinazione iniziarono i miracoli, alcuni documentati da testimoni.

Antonio fu canonizzato l'anno seguente la sua morte dal papa Gregorio IX.

La grande Basilica a lui dedicata sorse vicino al convento di Santa Maria Mater Domini. Trentadue anni dopo la sua morte, durante la traslazione delle sue spoglie, San Bonaventura da Bagnoregio trovò la lingua di Antonio incorrotta, ed è conservata ancora oggi nella cappella del Tesoro presso la basilica della città patavina di cui è patrono.

Nel 1946 Pio XII lo ha proclamato Dottore della Chiesa.

 

Antonio Iadonisi

 

 

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